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💎 GEMME DI QUESTO EPISODIO
03:20 Ester Egg & Tesla ⚡️
15:15 Faba: set da collezione nel gioco per bambini 🎴
21:47 ChatGPT Pro senza abbonamento mensile 🤖
30:20 Gamification Editoria (Fatto Quotidiano) 🗞️
🔗 LINK DELLA PUNTATA
Tesla – https://bit.ly/48WIB2a
Faba – https://amzn.to/3tX6dF9
ChatGPT – https://platform.openai.com/playground
Riassunto puntata (generato con AI)
Questo è un episodio del formato Gems, quello in cui Marco ed Edoardo si scambiano cose trovate in giro che l’altro non ha ancora visto. È la prima puntata del 2024, registrata a fine gennaio, e le gemme sono quattro: gli easter egg nascosti dentro le automobili Tesla, un cubo che racconta storie ai bambini, un modo per usare l’intelligenza artificiale senza abbonamento, e un giornale italiano che ha iniziato a pagare i lettori in gettoni.
Quattro cose che non c’entrano niente tra loro, come da formato. Il motivo per rileggerle oggi è che tutte e quattro hanno avuto un seguito verificabile, e su due Marco ed Edoardo erano dichiaratamente scettici. Le risposte adesso ci sono, e le trovi in fondo a ogni sezione.
Diverse meccaniche che trovi qui sotto corrispondono a una carta delle Playable Cards, il nostro mazzo di meccaniche di gioco: te le segnalo tra parentesi, accanto a ognuna.
Un disastro in diretta diventato una funzione
La prima gemma è di Marco, e parte da una definizione utile. Un easter egg (#31 Easter Egg) è un premio, un bonus o una sorpresa che il progettista nasconde dentro un prodotto, in un punto difficile da raggiungere, e che si sblocca solo compiendo una sequenza di azioni particolari. La ricompensa non è il contenuto in sé: è il fatto di essere arrivato lì.
Il primo esempio è il più bello, perché nasce da una figuraccia.
Alla presentazione del Cybertruck, il pickup spigoloso e blindato di Tesla, il responsabile del design tira una sfera d’acciaio contro il vetro antiproiettile per dimostrare quanto è resistente. Il vetro si rompe. Elon Musk, sul palco, in diretta, davanti a tutti, commenta con un oh my fucking god. Riprovano sull’altro finestrino. Si rompe anche quello. La cosa diventa un meme mondiale, e per giorni si parla più del vetro che dell’automobile.
Quattro anni dopo, dentro il Cybertruck, sullo schermo centrale c’è il disegno dell’auto. Se picchietti con le dita sul finestrino disegnato, il vetro si crepa, e parte la voce di Musk campionata che dice esattamente quella frase.
La mossa è più intelligente di quanto sembri. Non è autoironia e basta: è aver preso l’unica cosa che di quel prodotto sapevano tutti, anche chi non gliene importava niente di automobili elettriche, e averla trasformata nel motivo per cui gli acquirenti mostrano il cruscotto agli amici (#86 Occasione di Vanto).
In puntata Marco si fa una domanda a cui non sa rispondere: voglio capire chi l’ha scoperto, visto che il Cybertruck ce l’hanno solo giornalisti e collaudatori. La risposta esiste, ed è la parte più divertente. L’ha trovato per caso uno dei primissimi proprietari, picchiettando sullo schermo per svegliarlo. Non stava cercando niente.
James Bond, la Rainbow Road e un riccio
Gli altri due easter egg che Marco porta sono più classici e altrettanto istruttivi.
Nel primo, digitando il codice 007 nel campo che compare toccando il logo, l’automobile disegnata sullo schermo viene sostituita dalla Lotus Esprit sottomarino che James Bond guida giù da un molo in La spia che mi amava. E nel menù delle sospensioni compare una voce nuova per regolare la profondità (#108 Estetica).
Nel secondo, attivando l’autopilot quattro volte di seguito, la strada ricostruita dal computer di bordo diventa arcobaleno, come la pista più famosa di Mario Kart, musica compresa.
Poi c’è quello che Marco ha scoperto da solo sul sito, senza cercarlo: ogni tanto, ricaricando la pagina del Cybertruck, compare un riccio che fa il gesto di approvazione. Ricarichi ancora e non c’è più. In puntata dice di non aver capito la regola, e ipotizza che sia semplicemente casuale (#66 Random). L’imprevedibilità qui non è un difetto: è quello che rende la scoperta raccontabile.
Il consiglio operativo è di andare a leggersi la pagina di Wikipedia dedicata agli easter egg dei prodotti Tesla. Esiste, ed è lunga: dodici attivi nei prodotti in vendita, più una sezione per quelli rimossi e una per quelli falsi.
Il trucco che puoi provare stasera su qualunque app
Qui interviene Edoardo con la gemma dentro la gemma, ed è quella che puoi verificare subito.
Su Android, dall’alba dei tempi, se apri le impostazioni, vai su informazioni e continui a premere sul numero di versione, che non è nemmeno un pulsante, parte un piccolo gioco. Cambia a ogni versione del sistema, e segue i nomi da dolciumi che Android ha usato per anni, dal KitKat all’Oreo.
Da lì il consiglio vero: quella posizione è diventata una convenzione. In moltissime applicazioni curate, il numero di versione nelle impostazioni nasconde qualcosa se lo tieni premuto o ci fai sopra un paio di tocchi. Edoardo racconta che lo hanno fatto anche nelle applicazioni di Unipiazza, sia su iOS sia su Android. È una firma che gli sviluppatori si lasciano tra loro, e chiunque può andarla a cercare.
A cosa serve davvero un easter egg
La parte di design è quella che rende utile la gemma anche a chi non ha una Tesla.
Un easter egg parla soprattutto agli utenti veterani, cioè a chi il prodotto lo conosce a fondo e ha già fatto tutto il resto. Ma siccome poi se ne parla, finisce per raggiungere anche chi utente non è ancora, esattamente come sta succedendo mentre lo leggi (#44 Fun Theory).
La conseguenza scomoda, detta chiaramente in puntata: è difficilissimo legarlo a un obiettivo misurabile. Nessuno mette un easter egg per far salire una metrica. Appartiene alla cultura dell’azienda e a quella zona dell’esperienza che rende un prodotto piacevole invece che soltanto funzionante. Il che non lo rende meno serio: rende solo onesto ammettere che si giustifica in un altro modo. Se ti interessa il ragionamento su come si scelgono le meccaniche a partire da obiettivi che si possono misurare, l’abbiamo fatto nella guida su come implementare la gamification.
In puntata Edoardo si chiede quanti di questi easter egg nascano dagli sviluppatori e quanti da Musk in persona, e ipotizza una specie di policy aziendale. Interpellato proprio su quello del vetro rotto, Musk ha risposto: ci piace mettere piccoli easter egg divertenti nelle nostre automobili. Le piccole gioie inaspettate sono parte di quello che rende la vita degna di essere vissuta. Non è una policy scritta, ma ci somiglia parecchio.
Un cubo che racconta storie, e una collezione dentro la collezione
La seconda gemma è di Edoardo e comincia da un regalo di Natale a sua figlia, che allora aveva due anni.
Faba è un raccontastorie: un cubo con dentro un altoparlante, su cui appoggi un personaggio. Il personaggio ha un chip NFC, e appoggiandolo parte la storia o la canzone collegata (#21 Phygital, e #72 Storytelling). Il gesto è così semplice che lo fa un bambino di due anni, e la scelta di quale storia ascoltare passa a lui.
Il modello economico è quello del rasoio e delle lamette, e Edoardo lo dice senza girarci intorno: la base costa relativamente poco, i personaggi si comprano uno alla volta a dieci o venti euro, e l’obiettivo è averli tutti (#15 Collezionare). Ci sono serie tematiche divise per età, dall’anno fino ai dodici, e collaborazioni con storie che i bambini già conoscono.
Ma la meccanica che gli è piaciuta davvero è un’altra, ed è nascosta dentro la prima. Ogni personaggio arriva con quattro carte fisiche che richiamano la storia che quel personaggio racconta. Le carte non sono un gadget: servono per giocare ad altri giochi (#54 Minigiochi), dal domino ai puzzle, o semplicemente per farsi raccontare la storia dal bambino invece che dalla cassa.
Quindi comprando un pezzo della prima collezione ne accumuli automaticamente uno della seconda, e più personaggi hai, più il gioco con le carte diventa interessante. Il costo industriale di quattro cartoncini è vicino allo zero, e l’effetto sul valore percepito no.
Edoardo nota giustamente che è lo stesso schema visto poche settimane prima nella puntata con i fondatori di Garipalli: a ogni city escape acquistata ricevi la carta collezionabile del personaggio legato a quella città. In entrambi i casi c’è un premio garantito a ogni acquisto (#38 Premi a Ratio Fissa) e una collezione che cresce e che a un certo punto diventa una ragione per non cambiare marca (#58 Possedere).
Vale anche fuori dai giocattoli, e la regola è questa: se i tuoi clienti fanno una cosa in modo ricorrente, un elemento collezionabile agganciato a quell’azione amplifica l’esperienza invece di limitarsi a premiarla, a patto che serva a qualcosa. Le carte di Faba si giocano, quelle di Garipalli raccontano un pezzo di storia in più. Un adesivo che non fa niente è solo un adesivo.
Due anni dopo: la meccanica ha retto
Questa parte non è nella puntata, ed è quella che dice se l’intuizione era giusta.
Faba è nata a Treviso nel 2019 e ha chiuso il 2025 con 13,2 milioni di euro di fatturato, in crescita del 37% sull’anno prima, dopo un round di investimento da 4,5 milioni. Il raccontastorie è il giocattolo più venduto in Italia nella fascia 0-6 anni per due anni di fila, e l’azienda oggi opera anche in Francia e Spagna.
Il numero che dice qualcosa a chi progetta è però un altro: oltre 2,4 milioni di prodotti sonori venduti a circa 480.000 famiglie. Fatta la divisione, sono più o meno cinque acquisti per famiglia oltre alla base. La meccanica del collezionare, in quel modello, non è un abbellimento: è il fatturato.
C’è anche un seguito che riguarda noi. In puntata Marco dice a Edoardo potresti scrivere ai fondatori, magari ci giriamo un video. Cinque mesi dopo è successo davvero: la puntata con Matteo Fabbrini e Chiara Gava racconta com’è nata l’idea e i principi di design pensati per bambini e genitori insieme.
Abbonamento o consumo, che è una domanda più grande dell’intelligenza artificiale
La terza gemma è di Marco, ed è la più datata delle quattro: nel gennaio 2024 spiegava come usare i modelli di OpenAI senza pagare l’abbonamento mensile, andando sul Playground, cioè l’interfaccia pensata per chi sviluppa, e caricando invece un credito prepagato che si consuma a uso (#79 Moneta Virtuale).
Il paragone che usa è quello giusto: è la differenza tra il piano telefonico con gli SMS illimitati e il pagare ogni singolo SMS. Diceva di aver speso dieci euro in due mesi contro i venti al mese dell’abbonamento, semplicemente perché non lo usava tutti i giorni.
I dettagli tecnici di quella gemma sono invecchiati come previsto: i modelli citati non esistono più, e il confronto tra 8.000 e 128.000 token di memoria oggi fa tenerezza. Ma la struttura è ancora identica: le due strade di pagamento sono ancora separate, il credito prepagato esiste ancora e parte da pochi euro, e il consumo si misura ancora a token.
Quindi la parte durevole della gemma non è il trucco, è la domanda: il tuo uso è a ritmo umano o a ritmo di macchina? Se apri lo strumento qualche volta a settimana e ti fermi a pensare tra una risposta e l’altra, l’abbonamento sta pagando soprattutto il tempo in cui non lo usi. Se invece ci fai girare qualcosa in automatico, il conto si ribalta.
E c’è una lezione di design nascosta, che vale ben oltre l’intelligenza artificiale: un canone fisso e un consumo misurato producono comportamenti diversi nelle stesse persone. Con il canone si spreca volentieri, perché tanto è pagato; con il credito si dosa (#69 Gestione Risorse), e a volte si dosa troppo, rinunciando a fare la cosa utile per non consumare. Sul tema di come i limiti d’uso diventino meccaniche a tutti gli effetti abbiamo dedicato un pezzo intero alla gemma sui limiti di Claude.
Nota a margine, verificata: la ricerca che Marco cita in puntata, quella in cui due modelli diversi collaborano per risolvere problemi di geometria, è AlphaGeometry di Google DeepMind, pubblicata su Nature il 17 gennaio 2024, cioè una settimana prima della registrazione. Un modello linguistico propone le costruzioni, un motore simbolico verifica se stanno in piedi. Risolveva 25 problemi olimpici su 30, contro una media di 25,9 dei medagliati d’oro umani. Sull’uso di questi strumenti per costruire davvero qualcosa, e su quanto tempo serve, abbiamo una guida a parte.
Il giornale che paga i lettori in gettoni
L’ultima gemma è di Edoardo e parte da un problema concreto: farsi pagare per le notizie è sempre più difficile, e il modello pubblicitario dei giornali regge sempre meno perché gli investimenti sono migrati altrove.
Il 17 gennaio 2024, una settimana prima della registrazione, la società editrice del Fatto Quotidiano lancia una community basata su gettoni digitali, presentandola come il passaggio da media company a community company.
Il funzionamento è quello classico di una valuta a doppio binario. I Crediti FQ li ottieni facendo cose che al giornale fanno comodo (condividere articoli, firmare o creare petizioni, regalare abbonamenti o crediti ad altri, che è la carta #68 Regala a un Amico), oppure li compri, al cambio di un euro per credito. Ci sono anche distintivi da collezionare (#1 Distintivo), che una volta accumulati si riscattano per sconti o crediti extra.
La parte interessante è cosa ci compri, perché non è merchandising. Incontri con la redazione, sessioni in cui una firma del giornale risponde alle domande dei membri, presentazioni di libri con firma copie, pubblico e backstage delle trasmissioni, anteprime di documentari, corsi (#92 Area VIP, #81 Premio di Accesso). E la possibilità di scrivere sul giornale, in una sezione dedicata ai lettori (#122 UGC).
Ma la ricompensa più forte è un’altra, ed è quella che vale la pena rubare: la redazione propone due o tre inchieste e i membri ci investono i crediti; quella che raccoglie più sostegno viene portata avanti. Se la tua non viene scelta, i crediti tornano indietro o li sposti su un’altra. Non stai comprando un oggetto: stai decidendo su cosa lavorerà una redazione (#82 Premio di Potere). Per un lettore di giornali è probabilmente l’unica ricompensa che nessun concorrente può copiare a poco prezzo.
Due scetticismi, e come sono invecchiati
In puntata nessuno dei due si entusiasma, e vale la pena riportare le obiezioni per intero perché sono critiche di mestiere.
Edoardo trova che a un anno di preparazione, con la blockchain di mezzo e due aziende esterne coinvolte, non corrisponda granché di visibile: due paginette e un video fatto con immagini stock. La sua conclusione è netta: sembra più un’operazione di comunicazione che un prodotto.
Marco aggiunge l’obiezione strutturale, che è quella che si ripete in ogni progetto di questo tipo: se la community vive in una sezione separata e non è integrata nell’esperienza normale del sito, ci arriva solo chi era già appassionato, e tutti gli altri non sanno che esiste. Sottolinea anche, correttamente, di non poter dare un giudizio pieno senza conoscere gli obiettivi del progetto e senza averlo usato.
Due anni e mezzo dopo, il verdetto è diviso. La community esiste ancora ed è viva, il che smentisce la lettura “solo PR”: i progetti nati per il comunicato stampa non arrivano al terzo anno con un regolamento dettagliato e un catalogo di ricompense così articolato. Sulla seconda obiezione invece non si può dire granché dall’esterno, ed è esattamente il punto che Marco sollevava: l’integrazione nell’esperienza quotidiana non si vede da fuori, si misura da dentro.
Una cosa però si vede, e dà ragione all’ultima parte della puntata. Nel regolamento pubblico oggi c’è un tetto mensile: massimo quattro petizioni firmate e tre create al mese danno crediti (#87 Limite di Azioni). È esattamente la contromisura di cui si parla nel finale.
Le tre regole che escono dall’ultima gemma
La coda della puntata è la parte più densa, e sono consigli applicabili a qualunque sistema a punti.
Il negozio conta più della valuta. Puoi progettare benissimo come si guadagnano i gettoni e buttare via tutto se poi non c’è niente per cui valga la pena spenderli. E le cose interessanti devono restare interessanti nel tempo: se il catalogo si compra tutto una volta e finisce lì, il sistema muore dopo il primo giro (#123 Rewarding).
Il negozio deve parlare a persone diverse, e alla stessa persona in momenti diversi. Chi ha appena iniziato a leggere un giornale non sogna di scrivere un articolo per quel giornale, né di iscriversi a un corso specialistico: quelle sono ricompense per chi sta già dentro fino al collo. Ma non bisogna nemmeno esagerare col numero di opzioni, perché scatta il paradosso della scelta. Su come cambiano i desideri a seconda di chi hai davanti, la guida è quella sulle tipologie di giocatori.
Qualcuno proverà a fregarti, e va messo in conto in fase di progetto. Se un’azione dà gettoni e i gettoni valgono soldi veri, ci sarà chi costruisce un automatismo per condividere articoli a raffica (#48 Hacking). Marco la mette nel modo più diretto possibile: nel processo di design devi metterti nei panni dell’utente più furbo e cattivo possibile, e provare a fregare te stesso, perché se non lo fai tu lo faranno gli altri.
Il ragionamento sui numeri che segue è la parte che di solito manca. Con diecimila utenti, un comportamento che riguarda lo 0,1% delle persone sembra trascurabile. Ma se quell’azione si può fare ogni giorno, e gli utenti diventano milioni, l’eccezione remota diventa un fatto quotidiano. Non è pessimismo, è aritmetica: a volumi grandi, tutto quello che può succedere succede.
Le Tue Prossime Missioni
- ✅ Base:
Leggi l’articolo - 💡 Facile: Iscriviti alla community di ProjectFun (gratuita) e impara ogni settimana a coinvolgere le persone con le meccaniche di gioco
- 🎯 Medio: prendi il telefono, apri le impostazioni, vai su informazioni e premi ripetutamente sul numero di versione. Poi rifallo dentro due o tre applicazioni che usi tutti i giorni, sempre sulla schermata della versione. Quello che trovi ti dice più cose sulla cura con cui è stato fatto un prodotto di qualunque recensione
- 🚀 Difficile: se hai un sistema in cui le persone guadagnano qualcosa compiendo azioni (punti, sconti, crediti, livelli), siediti mezz’ora con l’obiettivo dichiarato di fregarlo. Scrivi tutti i modi in cui, al posto di un utente furbo, otterresti il massimo col minimo sforzo o in automatico. Poi per ognuno stimati due cose: quanto ci vuole a farlo e quanto ti costa se lo fanno in mille. Quelli che sono facili e costosi sono i soli su cui devi lavorare adesso, gli altri li puoi lasciare stare
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Marco Segatto & Edoardo Parisi
Co-Fondatori di ProjectFun
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