Come si crea e si vende un mazzo di carte per la creatività? Ne parliamo con Matteo di Pascale, co-fondatore di Sefirot, l’editore indipendente di Torino che ha creato intùiti, Fabula, Cicero, Edito e BAD.
Matteo ha lanciato il primo mazzo, intùiti, su Kickstarter nel 2013, perché nessun editore lo voleva; dal 2018 Sefirot vende da sola i suoi mazzi, in tutto il mondo. Con le Playable Cards da un anno anche noi siamo alle prese con la progettazione e le spedizioni di un mazzo di carte, e così gli abbiamo chiesto come si fa.
In questa puntata esploriamo la progettazione dei mazzi di carte, la vendita indipendente con Kickstarter e le ads, e il rapporto fra AI e creatività.
In questa puntata scoprirai:
🃏 Come si decide quante carte servono, partendo da cosa deve fare chi usa il mazzo
🎯 Cos’è la «presa di posizione progettuale», e perché Fabula si regge su due sole strutture
🚀 Come intùiti è partito su Kickstarter quando dall’Italia non si poteva
📣 Le ads che funzionavano mentre trenta «esperti» dicevano che era impossibile
🍀 Quanto conta la fortuna, dalla newsletter di Kickstarter alle quattro ads di Agguato creativo
🤖 Perché l’AI ti propone sempre le stesse idee, e come le carte aiutano a uscire dagli schemi
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Riassunto puntata (generato con AI)
Un mazzo di carte per la creatività è facile da immaginare e difficile da portare fino in scatola, sul mercato e nelle mani di chi lo usa. Per capire come si fa abbiamo chiesto una consulenza (a scrocco, come ci piace dire nel podcast) a Matteo di Pascale, co-fondatore di Sefirot, l’editore indipendente di Torino che da più di dieci anni pubblica strumenti per la creatività: intùiti, Fabula, Cicero, Edito, BAD e altri.
Il motivo della domanda è pratico: da un anno anche noi progettiamo, produciamo e spediamo un mazzo di carte, le Playable Cards, e volevamo sentire come ci è riuscito, per tredici anni di fila, qualcuno che lo fa di mestiere. Matteo risponde con le cose che di solito nelle presentazioni non ci sono: un mazzo che nessun editore voleva, una campagna di crowdfunding aperta con il conto in banca di un amico, due anni per sistemare le spedizioni, un libro che è esploso senza che nessuno capisse perché, e quello che pensa di un’AI che ti propone sempre le stesse idee.
Una nota sulle date: la puntata è stata registrata il 5 ottobre 2026. Numeri e racconti sono quelli di allora; quando abbiamo ricontrollato qualcosa sul sito di Sefirot o altrove, lo diciamo nel testo.
Diverse meccaniche che trovi qui sotto corrispondono a una carta delle Playable Cards, il nostro mazzo di meccaniche di gioco (un mazzo diverso da quelli di cui parla Matteo, che sono strumenti per scrivere, parlare in pubblico o progettare): te le segnalo tra parentesi, accanto a ognuna.
Dai tarocchi a intùiti: il mazzo che nessun editore voleva
Matteo ha una formazione da designer, tra Genova e il Politecnico di Milano, e ha lavorato in pubblicità come UX designer tra Milano, Amsterdam e Torino. Lavorare in azienda o in agenzia, racconta, non gli è mai piaciuto davvero: quello che gli piaceva era sviluppare i progetti che portava avanti in parallelo.
Il primo progetto è intùiti, e la sua origine ha due livelli. Uno è una passione senza una ragione cosciente: il primo mazzo di tarocchi l’ha comprato a sette anni, «perché dovevo avere un mazzo di tarocchi». L’altro è un bisogno concreto: al Politecnico sentiva la sua creatività «in pericolo» ed era arrabbiato, in cerca di qualcosa che lo aiutasse a lavorare in modo più profondo. Un docente teneva un corso in modo provocatorio, dicendo agli studenti di fare quello che volevano; Matteo andò da lui con l’idea di un mazzo di carte per la creatività e ne uscì con il nome di una collega che poi lo ha guidato nello sviluppo del primo mazzo.
intùiti ha 78 carte, come i tarocchi (secondo la scheda sul sito, 22 principali e 56 secondarie), e ne riprende gli archetipi. Funziona un po’ come una meditazione creativa: si pescano una o più carte e ci si lascia andare all’intuizione, a livelli di profondità diversi. Non serve a seguire un metodo. Serve, nelle parole di Matteo, a «bypassare la mente», perché con la mente «ci freghiamo costantemente»: tocca punti irrazionali. Il suo esempio: un metodo ti aiuta a scrivere una storia, intùiti può farti accorgere che quella storia non la vuoi scrivere, o che stai facendo un lavoro solo per sentirti meglio dei colleghi.
Sui tarocchi come strumento per ragionare di altro ne abbiamo parlato anche nella puntata su i limiti di Claude, i tarocchi di WIRED e un concorso del 1889.
Cercò un editore e non lo trovò. Lanciò allora il mazzo su Kickstarter (per chi non lo conosce, una piattaforma di crowdfunding: le persone ti danno i soldi per sviluppare un prodotto) e andò molto bene. A quel punto gli dissero che ne aveva venduti troppi: per «troppi» si intende circa duemila, e stando a Kicktraq, che tiene traccia delle campagne, i sostenitori furono 1.935.
Seguirono Fabula e Cicero, sviluppati con un amico delle superiori che sarebbe diventato il suo socio. Nel 2018, stanco di cambiare lavoro (dopo tre mesi si licenziava e faceva i colloqui per un altro), Matteo ha aperto l’azienda e ha provato a vendere i mazzi da solo. Sefirot è in business reale dal 2018 e oggi ha, nel conto che Matteo fa a memoria, nove mazzi: intùiti, Fabula, Cicero, Edito, Fabula for Kids, Brando, BriteBox, BAD e Fabula Non-fiction.
Quante carte servono? Si parte da cosa deve fare chi lo usa
È la domanda su cui abbiamo discusso di più. Con le Playable Cards siamo arrivati a 134 meccaniche di gioco, abbiamo dovuto decidere se il cofanetto ci stava e quanto costava produrlo, e abbiamo perso decine di ore sulle singole definizioni: dire cos’è una meccanica con poche parole, restando corretti e profondi sia per chi è appassionato sia per chi parte da zero.
Matteo risponde con il cappello da UX designer: il numero viene dopo. Prima c’è la domanda su cosa deve poter fare chi usa lo strumento, e su come farglielo fare con meno mosse, meno tempo e meno gestione possibile («economico», precisa, non nel senso del costo di produzione). Solo da lì si ricostruiscono numero di carte e posizioni. Cicero, il mazzo per scrivere discorsi, ha 26 carte e non ne servivano di più; BAD, più complesso, ne ha 43; Fabula una quarantina (numeri ricontrollati sul sito di Sefirot e su Fuorisalone.it).
Conta anche l’uso che se ne fa. I suoi strumenti sono pensati per essere appesi a una parete e riempiti di post-it, un po’ come le colonne e le righe di un foglio di calcolo: una struttura modulabile con cui le persone interagiscono (nel video Matteo indica le carte che ha appese alle spalle). A seconda dello strumento la struttura è più o meno fissa, perché ci sono momenti in cui chi lo usa deve seguire un processo preciso e altri in cui può muoversi più liberamente.
La presa di posizione progettuale: decidere cosa lasciare fuori
Se deve dire una cosa sola, quella che spiega anche nei suoi corsi, Matteo sceglie la presa di posizione progettuale. L’esempio è Fabula, lo strumento per scrivere storie: usa la struttura a tre atti e il percorso dell’eroe (il «viaggio dell’eroe», nelle sue parole), e la presa di posizione è che con quelle due strutture si riesce a gestire tutto.
Poi arriva chi chiede le carte per il romance, o quelle di world building per il fantasy. La risposta è no: con queste fai tutto, e se ti serve qualcosa di più specifico tocca a chi scrive conoscere il proprio genere, perché chi scrive un fantasy senza saper fare world building ha un problema che un mazzo non risolve. Fabula, dice, è più universale proprio per questo.
Non l’ha saputo fin dall’inizio: è venuto facendo. A un certo punto ci si accorge che uno strumento senza limiti ha troppa entropia e che, per arrivare in fondo, bisogna dare dei contenitori, cioè dei limiti entro cui muoversi (#125 Regole di Gioco). Lo stesso ragionamento vale per Cicero: tra tutto quello che hanno studiato hanno scelto una scaletta per costruire i discorsi che fosse ottima, facile da capire e abbastanza universale da servire sia per il discorso di un matrimonio sia per quello di una startup. Non è uno strumento specifico per chi vuole costruire cliffhanger in un discorso, e non vuole esserlo: è la scelta progettuale.
Da dove nascono i mazzi, e quali prodotti non si fanno
La regola di Matteo è partire da un’esigenza vera, a cominciare dalla sua. Fabula è nato quando, da scrittore, stava ordinando il suo romanzo con i post-it sul muro e faticava: se avesse avuto delle carte con scritta sopra la struttura, si è detto, sarebbe stato un aiuto. E se serviva a lui, sarebbe servito a qualcun altro. Cicero è nato in modo simile, e anche Edito, per l’editing, ha come punto di partenza un’esigenza soprattutto sua.
Altri mazzi hanno una storia diversa. Fabula for Kids è nato perché lo chiedevano in tanti, soprattutto genitori, e all’inizio non avevano voglia di farlo: nei primi due anni avevano già tre prodotti e nessuna testa per farne altri, perché il prodotto era l’azienda e andava prima stabilizzato il modello di business. Avevano quasi firmato con un editore, poi hanno deciso di farlo da soli, e secondo Matteo ha venduto molto. BAD, invece, parte da un contatto di Studiolabo, la società dietro Fuorisalone.it: volevano fare insieme un progetto sulla cultura del progetto e, discutendone, hanno deciso di fare qualcosa per fare i progetti. Oggi BAD Canvas è un kit con un libro di 200 pagine e 43 carte.
C’è poi quello che non si fa. Sul sito di Sefirot si legge «Sviluppiamo solo prodotti che vale la pena usare», e Matteo la chiama un’altra presa di posizione interna. Ne ha tratto una conseguenza precisa: nessuna estensione di Fabula, di quelle che nei videogiochi si chiamano DLC (#120 Nuovi Contenuti), cioè venti carte in più vendute solo perché si può. Lui non le userebbe, e non vuole vendere una cosa che non userebbe.
Lo stesso vale per il prodotto più recente. AdLighter, la piattaforma online per produrre ads, nasce da un framework solo digitale che Sefirot aveva lanciato, ricorda Matteo, l’anno scorso: Ad Machine, per le ads su Facebook e Instagram. È nato da una loro esigenza, perché senza le ads, dice, non avrebbero combinato niente, ed è pensato per chi non è un pubblicitario e non ha competenze così specifiche.
Kickstarter, quando dall’Italia non si poteva
Matteo è chiaro sul motivo: lo ha fatto per disperazione. A 24 o 25 anni nessun editore voleva intùiti e non sapeva più che cosa farne. C’era anche un ostacolo pratico: all’epoca Kickstarter non permetteva di aprire campagne dall’Italia, e lui ricorda che serviva un conto statunitense, britannico o australiano. Il suo ricordo è coerente con i fatti: Kickstarter ha aperto ai creatori italiani soltanto il 16 giugno 2015, con la possibilità di raccogliere in euro e di usare un conto italiano.
Così chiamò un amico che viveva a Londra e gli chiese: «mi presti il conto in banca?». Oggi, scherza, «ringraziamo l’amico che ha fatto partire tutto». Lanciò la campagna senza troppe certezze («boh, o va questa?»). Secondo Kicktraq era in sterline, durò trenta giorni e raccolse 38.257 sterline a fronte di un obiettivo di 10.000.
Con Fabula e con Cicero ha ripetuto lo stesso schema, e ne ha tratto un’osservazione ironica: dove erano gli investitori, e dove un editore che, a progetto già validato, dicesse «è già fatto, te lo prendo»? Ha validato i suoi progetti, come si dice nel gergo startup, ma da solo.
Le ads: provare i canali che gli altri scartano
Dopo Kickstarter vennero i canali digitali, e in particolare le ads su Facebook e Instagram, cioè il performance marketing («diamo i nomi giusti», dice). Matteo aveva fatto il pubblicitario, ma il performance marketing è un’esperienza molto specifica, e nel 2018 la avevano in pochi. Ha applicato quello che sapeva dalla pubblicità, ha visto che funzionava e ha cominciato a cercare qualcuno più bravo di lui.
La ricerca è stata difficilissima. Ne ha sentiti almeno trenta, e molti gli dicevano che quello che stava facendo era impossibile. Lui rispondeva che i numeri c’erano. Secondo la sua ricostruzione, per quelle persone un prodotto che costava così poco non si poteva vendere, perché il costo per acquisizione sarebbe stato troppo alto; i suoi dati dicevano il contrario. Il giorno in cui ha trovato qualcuno che gli ha detto al telefono «stai facendo bene, secondo me io faccio molto meglio», quella persona ha fatto molto meglio.
Il suo ragionamento è «di necessità virtù»: per andare in indipendenza bisogna provare i canali che gli altri scartano, o che i grandi non hanno ancora occupato, e poi provare, provare e provare. Con quelle ads, racconta, a un certo punto arrivarono a 200 ordini al giorno, di prodotti diversi: un risultato bellissimo e difficilissimo da gestire.
Dalla logistica al Bollettino creativo
Duecento ordini al giorno vogliono dire spedizioni. Nel primo periodo i pacchi li preparava a mano, da casa, il suo socio di allora; poi sono serviti due anni per trovare un’azienda di micro-logistica, cioè qualcuno che tenga i prodotti in magazzino e li spedisca, e per sistemare la parte di sito e di consolidamento. Spediscono in tutto il mondo. Marco ricorda che per le Playable Cards mandare un pacco alle Canarie è stato come sconfiggere il boss finale di Dark Souls, e Matteo conferma che quelle spedizioni richiedono un servizio postale specifico, che molte aziende di micro-logistica non hanno: per lui è un disastro.
Nel frattempo i clienti aumentavano, e un collaboratore di Matteo gli diceva di fare una newsletter, perché chi ha comprato ricompra e va tenuto agganciato. Lui la trovava un’idea orribile: che cosa scrivi ogni settimana a persone che vogliono solo che tu venda la tua roba? Dopo due mesi di rinvii ha deciso di scrivere quello che fanno davvero. All’inizio il Bollettino creativo era un piccolo framework: un’immagine, «cosa abbiamo fatto questa settimana», «cosa vorremmo fare» e un takeaway creativo, che in origine era proprio «cosa abbiamo imparato». Serviva anche a loro, perché a fine settimana si dimentica quello che si è fatto.
Oggi il Bollettino esce ogni settimana (#2 Appuntamento) e, come dice il sito di Sefirot, racconta «come gestiamo una casa editrice». Edoardo è iscritto da circa due anni, ed è uno dei motivi per cui ha contattato Matteo: lo descrive come un building in public con tutti gli errori. Matteo ricorda che una volta un takeaway diceva di non aver paura di essere spietati.
Comprare un mazzo non vuol dire usarlo
La domanda che ci interessava di più viene dal nostro lato. Si può essere affascinati da un mazzo di carte e non riuscire a cominciare, soprattutto se lo strumento è complesso, e tra vendere un mazzo e farlo usare c’è una distanza che sentiamo molto. Nelle Playable Cards abbiamo provato a mettere diversi strati di complessità (#135 Livelli di Difficoltà), per essere accessibili a chi inizia e a chi le vuole usare da professionista. E abbiamo accompagnato le carte con un’esperienza che unisce fisico e digitale (#21 Phygital): quando compri il mazzo ti arriva una mail del custode delle meccaniche (#145 Magnus) e parte un percorso che segue i tuoi primi passi (#75 Onboarding), con l’obiettivo di aiutarti a usare davvero le carte nel tempo.
Matteo risponde con una trasparenza che apprezziamo. Nella prima fase di Sefirot si preoccupavano soprattutto di vendere: tantissimi ordini, prodotti da tradurre, più persone possibili da raggiungere. L’approccio di allora era dare un buon prodotto con un libretto semplice da leggere, fare dei beta test per scovare prima le difficoltà più grosse e poi lasciare a ciascuno la responsabilità: se vuoi lo usi, se non lo usi sono affari tuoi. Oggi, dice, la situazione è cambiata, anche per esigenze di business: con i giochi di potere tra Apple e Facebook le ads vanno sempre peggio, diverse aziende stanno chiudendo e alcuni concorrenti hanno smesso di farle. Conviene concentrarsi su quello che hanno e aiutare di più le persone, con corsi e approfondimenti per chi non ha mai avuto la scintilla, per chi l’ha persa, per chi si è bloccato e per chi vuole andare più a fondo.
Con una cautela. A volte qualcuno gli scrive che non riesce a usare Fabula, e la domanda che ha imparato a fare è: hai letto il libretto? La risposta è «no, non ho tempo». Il libretto, per chi non lo conosce, sono 44 pagine che secondo Matteo si leggono in un quarto d’ora. Per lui c’è chi ha bisogno di qualcosa di diverso da un mazzo, di una spinta (usa un’espressione più colorita): si è iscritto in palestra ma ha bisogno del personal trainer. Se qualcuno non ha il tempo di leggere un libretto, pensa, c’è qualcos’altro che glielo impedisce, e non si risolve con la progettazione. Ci sono poi le aspettative irreali, come fare qualcosa di creativo e intenso senza fatica né impegno, e ci sono i più motivati, che però davanti ai nuovi approfondimenti sono meno di quanti immaginava.
La fortuna, e quattro ads fatte in tre ore
Alla domanda su cosa abbia funzionato più del previsto, Matteo risponde con Agguato creativo, il manuale di creatività che ha scritto. Non se lo aspettava: il sito di Sefirot dichiara oltre 40.000 copie vendute nel mondo per un libro di 312 pagine. Per lui è la prova che esisteva un bisogno latente di essere spinti, perché Agguato lo fa, dice, «non sempre in modo simpatico, ma anche simpatico».
La sua origine è curiosa. Matteo pensava di dover comunicare sui social e non sapeva cosa dire: dopo tre post faceva già fatica a inventare un contenuto decente, quindi ha scritto un libro, da cui ricavare poi i post. Ha anche provato a darlo in pasto a Claude per farsi scrivere i post, senza successo.
Il lancio nella community, però, non andò come sperava: «mezzo flop». Avevano ancora delle copie in magazzino, così preparò quattro ads fatte, ammette, senza troppa cura: tre ore di lavoro, due cose messe insieme, mandate al suo marketing manager con la richiesta di metterle su per finire il magazzino e chiudere la storia, perché era anche un po’ deluso. Tre ore dopo l’accensione gli scrisse per chiedere, con parole meno educate, che cosa stesse succedendo: gli ordini arrivavano a ripetizione. Andò avanti così per quasi un anno, in Italia, in Europa e negli Stati Uniti.
Perché abbia funzionato non lo sanno: forse la copertina, forse il titolo, forse il modo in cui le ads erano costruite. Chi conduce gli suggerisce che potrebbe vendersi come guru, avendo trovato il metodo, e la risposta è che sono proprio le cose che odia. Edoardo racconta lo stesso per le lead ads di una sua azienda: continuano a rendere senza che si capisca il motivo, e per questo si tengono strette («stiamo zitti, non diciamo nulla finché dura»).
Poi c’è la questione della fortuna, che solleva Edoardo: certe cose sono impossibili da prevedere, come la viralità, e a certi numeri la componente di fortuna pesa più di tanto altro. Matteo è d’accordo: bisogna tenerne conto, perché altrimenti non si riesce ad andare avanti, ed è pericoloso quando non ce ne si accorge. Ha parlato con persone che avevano avuto un colpo di fortuna senza capirlo e davano consigli di conseguenza. Il suo esempio è la prima campagna Kickstarter: il progetto finì nella newsletter di Kickstarter, senza che l’avesse previsto. Vuol dire che il progetto era buono, altrimenti non sarebbe finito lì, ma il botto è venuto da quella scelta, e per questo non si sente di consigliare a tutti di fare una campagna Kickstarter.
L’imprevedibilità vale anche al contrario. Matteo ha pubblicato da poco Come vivere una vita creativa, un libro che definisce complementare ad Agguato: si aspettava che nella sua community lo comprassero in massa coloro che avevano letto il primo, e non è andata così. La sua ipotesi è che quel pubblico volesse la spinta, non il resto. Anche il corso di approfondimento al libro è andato decentemente, ma meno di quanto sperava. Per questo si sta convincendo che bisogna provare: a volte si scrive un bestseller solo per avere materiale per i post.
Progettare con l’AI: cinquanta programmatori davanti
Per spiegare come Sefirot sia arrivata a fare software, Matteo parte da una telefonata. Un amico con cui ha lavorato per anni gli parla di Claude Code, e lui, che aveva già provato diversi strumenti di AI senza esserne entusiasta (e dice di non esserlo neanche oggi), va a casa a provarlo. Era aprile.
Il ragionamento è da designer. Quando lavorava ad Amsterdam si era abituato a progettare per dieci programmatori, perché tra tempo di progettazione e tempo di coding il rapporto è più o meno di uno a dieci. Con Claude Code si è ritrovato a progettare «con cinquanta programmatori davanti», e si è divertito da morire.
Aveva due problemi concreti. Il primo si chiama ad fatigue: le ads si consumano e vanno cambiate di continuo, e la sua settimana somigliava a mezza giornata di brainstorming con il marketing manager il martedì, seguita da due giorni di produzione. Non poteva passare metà settimana a produrre ads. Aveva già un framework, nato proprio per delegare, e con l’AI se ne è fatto un supporto: AdLighter, che fa la ricerca, i formati e i layout. Lo descrive come un prodotto quasi professionale, con un controllo totale su cosa si fa, e non adatto a chi parte da zero. Il sito, oggi, lo propone in abbonamento e lo descrive con quattro funzioni: ricerca a partire da un indirizzo web, scrittura delle ads, immagini statiche e video.
Il secondo problema era l’altro suo incubo: le email che mandava e che per metà finivano nella scheda Promozioni di Gmail, «se sei fortunato». Si metteva davanti a due caselle di posta, cancellava un pezzo, ne riscriveva un altro e riprovava fino a farla arrivare nella scheda Principale; alcune giornate, racconta, gli veniva da piangere. Poi ha costruito uno strumento che fa questa prova con la forza bruta: individua quali parti dell’email sono «verdi» e quali «rosse», riscrive le rosse, e la mail arriva in Principale. Si chiama ByeByePromo. Matteo contesta chi sostiene che finire in Promozioni non sia un problema: per lui il tasso di apertura crolla. A ottobre 2026 il suo sito rimanda a una lista d’attesa e descrive il metodo come una prova dell’email a pezzi attraverso caselle Gmail vere, leggendo ogni volta in quale scheda finisce.
Dell’AI in generale Matteo ha un’opinione divisa. Per scrivere codice è perfetta, dice, ed è un regno per i creativi: se hai un’idea puoi realizzarla, se hai un problema lo risolvi, e poi, se vuoi, lo rendi disponibile agli altri a pagamento. Su dove finirà tutto questo non si sbilancia: potrebbe essere un mezzo flop o cambiare tutto. Quanto ci vuole davvero a costruire qualcosa con l’AI lo abbiamo raccontato nella nostra guida su come creare un gioco con l’AI.
Perché l’AI ti propone sempre le stesse idee
La domanda che viene da sé è se Sefirot abbia pensato di portare i suoi mazzi dentro l’AI. Glielo hanno chiesto in molti: in un viaggio di lavoro a San Francisco tutti dicevano «fate Fabula AI». Matteo ci ha pensato e la sua risposta è «sì e no». Mettere l’esperienza di Fabula dentro una piattaforma digitale non gli sembra avere molto senso, perché l’AI scrive male e non sa quanto aiuterebbe davvero uno scrittore. Per l’editing o per BAD potrebbe avere più senso. Ha provato anche a chiedere a ChatGPT di analizzare il business di Sefirot, e le idee che escono sembrano buone finché non arrivi all’esecuzione e ti accorgi che qualcosa non va. Gli interessa di più risolvere problemi che il prodotto fisico non risolve. Con le ads funziona, perché le genera e ci hanno collegato i modelli per immagini e video; con gli altri prodotti, dice, devi metterci tu la testa, e non va bene se la mette l’AI al tuo posto.
La parte più netta riguarda le persone. La grave conseguenza dell’AI, per Matteo, è che molti stanno smettendo di pensare, e la tentazione la sente anche lui: provi, e sembra che ti aiuti a pensare, ma non è così. Vede che tutti investono in cose che fanno lavorare meno o pensare meno mentre si lavora, e la frase che gli sembra riassumere tutto è «mi fa 150 ads mentre io vado a prendere il caffè»: non stai pensando meglio, stai andando a bere il caffè.
Da qui la questione che ci sta a cuore. Anche a Sefirot hanno chiesto perché non mettere tutte le carte in una versione personalizzata di Claude e usarla per il brainstorming. La sua risposta è che le idee tendono a essere sempre le stesse: passando a un modello più potente per la ricerca e le ads, quelle che ne uscivano erano ancora le stesse, perché il modello lavora per probabilità e quindi ti porta le idee più banali, cioè le più probabili. Secondo lui l’utente medio non l’ha capito. Lo vediamo anche noi con le meccaniche di gioco: se chiedi all’AI quali usare, ti propone sempre le solite. La nostra ipotesi, che nasce dall’esperienza con le carte più che da una misura, è che il brainstorming con le carte possa far nascere idee che non stanno nei dati su cui il modello è stato allenato.
Un dato che va nella stessa direzione arriva dalla ricerca. In uno studio pubblicato su Science Advances nel luglio 2024 da Anil Doshi e Oliver Hauser, 293 autori hanno scritto brevi racconti, alcuni partendo da idee suggerite da un modello linguistico: le storie scritte con quell’aiuto erano giudicate più creative, ma anche più simili tra loro. Non parla di ads né di carte, ma descrive la stessa tensione tra un vantaggio per chi scrive e un restringimento per tutti.
Dove vuole arrivare Sefirot, e cosa legge Matteo
Tra cinque anni, risponde ridendo, si vede su una spiaggia in Portogallo. Tra due, invece, la sua visione è precisa: piattaforme digitali con un modello in abbonamento che sostengano l’azienda, e la parte di carte che diventa una specie di fondazione, un sostegno alla creatività senza dover costruire un business meno genuino attorno a qualcosa di genuino. Se si mettesse a vendere corsi sovrapprezzati con promesse esagerate, ammette, ci riuscirebbe anche, ma non gli piace e non intende farlo: preferisce un altro canale di guadagno che gli permetta di continuare a fare ciò che sa fare, in modo corretto, perché altrimenti il rischio di scivolare nel «fuffaguru» è dietro l’angolo.
Alla domanda sulle risorse da condividere Matteo cita due libri di Ogilvy, letti di recente: «quelle robe lì funzionano ancora», e non li aveva mai letti prima perché all’università si finisce per leggere quelli che ti danno. Per chi cerca la creatività consiglia soprattutto letture legate alla crescita personale, perché il blocco, ha notato, non è mai dove pensiamo che sia: cose un po’ fuori dalla zona di comfort e dalla zona razionale.
Alla fine chi conduce promette una seconda puntata, perché di cose lasciate in sospeso ce ne sono molte, e un controllo tra due anni per vedere dove sarà finito Sefirot.
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- 🎯 Medio: prendi qualcosa che hai comprato e non hai mai usato davvero (un libro, un gioco da tavolo, un corso, un’app) e aprilo come se fosse la prima volta. Cronometra quanto ci metti a capire cosa devi fare per cominciare, e annota la prima cosa che ti ferma, se qualcosa ti ferma
- 🚀 Difficile: pensa a una cosa che le persone ricevono o comprano da te o dal tuo team e poi non usano. Il comportamento da ottenere è uno solo: che la usino davvero entro i primi giorni. Scrivi in poche righe cosa dovrebbe fare chi la riceve nei primi dieci minuti, con meno mosse possibile, e cosa lasci fuori di proposito. Poi chiedi a una persona che la usa davvero di raccontarti dove si è fermata, e confronta i due elenchi
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Marco Segatto & Edoardo Parisi
Co-Fondatori di ProjectFun
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