Com’è lavorare in Octalysis Group?

Nov 28, 2023 | Podcast | 0 commenti

Sergio è l’unico italiano che lavora in The Octalysis Group, una delle società di consulenza in ambito gamification più famose al mondo con clienti del calibro di Tesla, Uber, Ebay e Lego. In questa seconda intervista, registrata a due anni di distanza dalla prima, ripercorriamo le sfide affrontate da Sergio. Ascolta la puntata e scopri suggerimenti e consigli unici per i tuoi progetti di gamification. 

 

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📺 INDICE VIDEO
00:00 Saluti iniziali
02:30 Cos’è Octalysis Group e cosa fa Sergio
08:40 Che competenze richiede il lavoro
19:51 Fasi processo gamification design
26:15 Come usate la gamification in azienda
38:40 AI e Gamification
46:00 Libri consigliati
50:40 Delirio finale

🔗 LINK PUNTATA
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Predictably Irrational (Libro) – https://amzn.to/49UNXfs 
Sito Octalysis – https://octalysisgroup.com 
Sergio Ligato – https://octalysisgroup.com/experts/sergio-ligato/ 

🎙OSPITE
Sergio Ligato
https://www.linkedin.com/in/sergio-ligato/ 

Riassunto puntata (generato con AI)

Due anni dopo la prima chiacchierata, abbiamo richiamato Sergio Ligato, l’unico italiano che lavora in The Octalysis Group, una delle società di consulenza sulla gamification più note al mondo. Nella prima intervista era appena entrato, dopo aver superato le certificazioni e vinto la sfida di design. Qui raccontiamo cosa ha imparato lavorando sul campo, e soprattutto come progetta davvero una delle realtà di riferimento del settore.

È una puntata più tecnica del solito: oltre al ritratto, ci sono il processo di design in cinque passi che Octalysis Group usa con i clienti, e diversi esempi concreti di come un’azienda interamente da remoto gamifica sé stessa.

Qualche meccanica che emerge nel racconto corrisponde a una carta delle PlayAble Cards, il nostro mazzo di meccaniche di gioco: te le segnalo tra parentesi. In un’intervista sono poche, perché il valore sta nel metodo più che negli ingredienti.

Cos’è Octalysis Group e cosa fa Sergio

Octalysis è il framework creato da Yu-kai Chou, uno dei nomi più autorevoli della gamification a livello mondiale. Il nome unisce “ottagono” e “analisi”: è un modello per analizzare la motivazione umana attraverso otto Core Drive, le otto spinte che ci fanno fare quello che facciamo. Dal successo del framework è nata la società di consulenza, il braccio operativo di Yu-kai, dove Sergio lavora come consulente.

Il lavoro è a progetto: ogni volta si compone un team che affianca un’azienda per aumentare il coinvolgimento dei suoi prodotti o servizi. Due i tipi di servizio: la consulenza sullo sviluppo di un prodotto, e la progettazione o riprogettazione completa di un’esperienza. La lezione più grande, dice Sergio, è il confronto continuo con culture e mercati diversi: creare interfacce colorate e giocose non è la soluzione giusta per tutti i settori, e spesso bisogna muoversi in punta di piedi.

C’è un aneddoto che dice molto sull’aria che si respira. Al primo ritrovo annuale Sergio si avvicina a Yu-kai per una foto, e lui risponde che in quel momento sono colleghi. Poi la foto la fanno, ma il messaggio resta: competenza altissima e allo stesso tempo una persona alla mano, con cui si scherza volentieri.

Le competenze che servono davvero

Alla domanda su cosa studiare per fare questo mestiere, la lista tecnica è quella che ti aspetti: user experience, service design, prototipazione rapida, economia comportamentale, game design, più la gestione di progetto, la comunicazione e il design visivo, perché a un certo punto un’idea bellissima su carta va tradotta in qualcosa che qualcuno dovrà sviluppare.

Ma le cose su cui Sergio insiste di più non sono tecniche. La prima è saper ascoltare: leggere culture, contesti organizzativi e dinamiche interne al gruppo di lavoro del cliente. La seconda è l’empatia, che in Octalysis Group chiamano “empathy engine”, il motore alla base di ogni progetto: devi saperti calare nei panni dell’utente finale e progettare per lui, non per te. È la stessa cosa che ripetiamo ai nostri workshop, quando diciamo che progettando bisogna spogliarsi delle proprie mappe e fingere di essere la persona a cui ci si rivolge, per esempio l’ottantenne che vive l’esperienza con i suoi occhi e le sue competenze. La terza è la curiosità, avere sempre le antenne accese: chi è curioso nella vita quotidiana fatica meno a uscire dal profilo generico scritto sul foglio ed entrare davvero nei panni degli altri.

Il processo di design in cinque passi

Questa è la parte più concreta della puntata. Il metodo di Octalysis Group, che sul loro sito è raccontato con una piccola quest interattiva, si articola in cinque fasi:

  • 1. Strategy Dashboard: si definiscono le variabili fondanti del progetto, cioè gli obiettivi, i profili di motivazione degli utenti, le azioni che ci si aspetta compiano, le ricompense e i mezzi di interazione.
  • 2. Brainstorming: la fase in cui tutto è possibile. Si ragiona attorno all’ottagono del modello e si generano molte idee per aumentare il coinvolgimento nelle diverse fasi dell’esperienza, dalla scoperta all’end game. Regola di Yu-kai: non buttare via le brutte idee, perché da una brutta idea spesso ne nascono di buone.
  • 3. Power is Feature List: un foglio di lavoro dove ogni idea riceve un voto in base all’impatto sulla motivazione e alla fattibilità.
  • 4. Battle Plan: le idee che passano vengono declinate nel dettaglio in tutte le loro variabili. Se vuoi inserire dei #6 Potenziamento, qui decidi quanti sono, quali, e come influiscono sul #8 Core Loop dell’esperienza.
  • 5. Wireframing: le idee diventano schermate che restituiscono già il feeling dell’esperienza progettata.

Su questo Sergio aggiunge la sfumatura più preziosa, e vale per chiunque usi una lista di idee con dei punteggi. Lo scopo del foglio non è solo tenere le idee dal punteggio alto e buttare le altre, perché un design che funziona è una sinergia. Un’idea con un punteggio di impatto basso può avere un posto decisivo nel game loop, perché fa da assist ad altre meccaniche. L’esempio: #52 Livello Utente con #110 Punti Esperienza ma senza i potenziamenti che sbloccano salendo di livello crea un’esperienza molto più debole. Le tre meccaniche insieme valgono cento, due sole valgono quaranta. È un effetto di emergenza che le caselline con i punteggi, prese una a una, non sanno vedere.

Il messaggio che Sergio tiene a ribadire chiude il cerchio: la gamification non è arrivare allo step tre e divertirsi a mettere meccaniche su un foglio cercando di spararla più grossa. Senza tutti i passi che vengono prima, e senza riportare tutto a una dimensione di fattibilità, ci si schianta. Un progetto sulla carta può essere bellissimo, ma se resta sulla carta non è servito a niente, ed è proprio nel passaggio all’applicazione concreta che si gioca la partita.

Un’azienda da remoto che gamifica sé stessa

Octalysis Group lavora interamente da remoto, con fusi orari diversi, e tiene le persone coese anche attraverso il gioco. L’esempio più bello arriva dal ritrovo annuale (un anno in Colombia, un altro a Bangkok): per ragionare sul percorso professionale di ciascuno, due colleghi hanno trasformato l’esercizio in una scheda da gioco di ruolo. Video introduttivo epico, avatar fantasy generati con l’intelligenza artificiale (#4 Avatar, #72 Storytelling), e ognuno trasformato in un personaggio con la sua classe, paladino, guerriero, mago (#134 Classi). Alla fine, una busta con la scheda del personaggio e i campi per autovalutare le proprie competenze e definire la prossima sfida. In pratica, lo sviluppo professionale progettato come una scheda di Dungeons & Dragons.

Il resto dell’anno funziona con altri rituali. Le occasioni di apprendimento sono costruite sullo schema dei Toastmasters, con ruoli assegnati (chi tiene il tempo, chi valuta, chi incalza con domande veloci) e la sfida di condensare la conoscenza del framework in risposte di un minuto e mezzo, in inglese, come se dall’altra parte ci fosse il cliente. E ci sono le sessioni di gioco settimanali, collaborative e competitive, perché il modo migliore per conoscere le persone è giocarci insieme: dal Game Jam degli hardcore alle partite su Board Game Arena, dove i giochi da tavolo diventano istruttivi proprio perché condensano meccaniche complesse senza il supporto della grafica o dei punteggi calcolati in automatico.

Intelligenza artificiale e gamification

Sul tema che due anni prima non esisteva, la posizione è equilibrata. Strumenti come MidJourney e ChatGPT aiutano molto in attività come il naming o il brainstorming, ma restano un punto di partenza, non un sostituto della creatività umana. La cosa più interessante, secondo Sergio, è poter mettere ordine nel patrimonio di conoscenza di un’organizzazione e averlo a portata di prompt, per esempio generando in cinque minuti centinaia di nomi per dei potenziamenti, tra cui poi scegli tu i migliori.

Ne è uscita anche una riflessione che vale la pena tenere. Qualsiasi innovazione arrivi, dalla realtà mista agli ologrammi nel salotto di casa, resterà comunque un’esperienza vissuta da esseri umani, con le loro aspettative ed emozioni, e come tale andrà progettata. È il motivo per cui studiare la gamification conviene: è una competenza che funziona su qualsiasi tecnologia, dalla carta e penna fino alla realtà virtuale.

Da dove partire

Se vuoi capire come si entra a lavorare in una realtà come questa, il punto di partenza è la prima intervista a Sergio, registrata due anni prima, in cui abbiamo ripercorso in lungo e in largo il percorso di certificazione e la sfida di design. Per il modello a monte di tutto trovi la nostra guida al framework Octalysis e agli otto Core Drive.

Sergio ha chiuso con una lista di letture che vanno oltre la sola gamification, perché parlano di come comunichiamo e di quanto siamo prevedibilmente irrazionali: Hooked di Nir Eyal, Pitch Anything, Predictably Irrational di Dan Ariely e Pre-suasion di Robert Cialdini. Se cerchi altri titoli, trovi una selezione nei nostri libri consigliati.

Le Tue Prossime Missioni

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  • 💡 Facile: Iscriviti alla community di ProjectFun (gratuita) e impara ogni settimana a coinvolgere le persone con le meccaniche di gioco
  • 🎯 Medio: prendi un’esperienza gamificata che conosci bene (un’app, un gioco fedeltà, un percorso formativo) e prova a smontarla nei cinque passi di Octalysis Group. Riesci a intuire quali obiettivi c’erano nella Strategy Dashboard e quali meccaniche si fanno da assist a vicenda?
  • 🚀 Difficile: pensa a un tuo progetto e resisti alla tentazione di partire dalle meccaniche. Scrivi prima la tua Strategy Dashboard: obiettivo, chi è l’utente e cosa lo motiva, quale azione vuoi che compia, quale ricompensa. Solo dopo fai brainstorming, e quando valuti le idee non tenere solo quelle dal punteggio alto: chiediti quali, messe insieme, creano un effetto più grande della loro somma

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Marco Segatto & Edoardo Parisi
Co-Fondatori di ProjectFun

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